Guatemala, le pioggie torrenziali creano allarme alimentare
Sono almeno 330mila i guatemaltechi che avranno bisogno di assistenza alimentare
nei prossimi mesi. Lo ha confermato la valutazione realizzata dal Programma
Mondiale di Alimentazione (Pam), il Sistema Mesoamericano di Allerta sulla sicurezza
alimentare (Mfews), l'Onu, la Fao e l'Unicef, insieme alla Segreteria della
Sicurezza Alimentare e Nutrizionale (Sesan), con lo scopo di sapere per quanto
tempo la popolazione colpita dalla tempesta tropicale Agatha e dall'eruzione
del vulcano Pacaya avrà bisogno di assistenza alimentare.
Le piogge non sono ancora finite, e le conseguenze potrebbero aggravarsi.
Lo studio, realizzato in agosto, spiega che sono 235mila le persone che hanno
bisogno di aiuti, e 95mila quelle dedite all'agricoltura di sussistenza che
hanno bisogno di un aiuto alimentare complementare.
La tempesta Agatha ha provocato danni molto gravi sulla infrastrutture, sull'alimentazione
e sui mezzi di sussistenza.
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Haiti, affari di riso
"La situazione continua a essere molto grave" ha detto dalla Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, riferendosi alla grave carenza alimentare che affligge il Paese. Non poteva che essere d'accordo il presidente haitiano, Renè Preval, che nei giorni scorsi era volato a Washington per parlare con il suo omologo Usa.
Ma c'è un dato che deve far riflettere. Del miliardo e mezzo di dollari Usa accumulato per l'emergenza terremoto solo il 49 percento sarebbe stato destinato a progetti. Non solo. I troppi aiuti umanitari, soprattutto alimentari, piovuti dall'estero, potrebbero causare non pochi problemi a un'economia già praticamente inesistente.
E' stato il direttore della Fao, Jacques Diouf, a lanciare il problema. Secondo Diouf, infatti, ci sarebbe allarme per l'abbandono del settore agricolo haitiano, fondamentale per questo momento dell'isola.
Anche Preval ha accolto l'appello e ha chiesto alle organizzazioni non governative presenti nel Paese di fare acquisti alimentari all'interno dei confini nazionali, dove, secondo il presidente haitiano, ci sarebbe la possibilità di comprare la quantità di riso necessaria per sfamare la capitale per i prossimi mesi.
Ma il problema economico esiste davvero. Le troppe donazioni alimentari, infatti, potrebbero danneggiare la produzione locale, lasciando invenduta la produzione agricola stagionale.
Insomma, una questione non semplice da risolvere. Dalla regione haitiana dell'Artibonite, un tempo fiore all'occhiello della produzione nazionale di riso, se ne sono andati praticamente tutti qualche anno fa, quando la crisi economica aveva portato la popolazione a spostarsi in città. Nel 1995 infatti l'ex presidente Aristide fu costretto ad accettare le imposizioni del Fondo Monetario Internazionale e da quel giorno il mercato del riso nazionale cambio definitivamente. Sull'isola arrivò il riso di un colosso mondiale, la Riceland Food, cooperativa di produttori dello Stato Usa dell'Arkansas, una delle maggiori al mondo.
Il riso Usa, prodotto su larga scala e sovvenzionato da flussi di denaro statale, costava meno della metà di quello haitiano, con conseguente abbandono delle campagna di parte della popolazione agricola. Oggi molti una buona parte dei cinquecentomila sfollati del dopo terremoto sta tornando nelle zone agricole, ma non si sa con quale futuro.La distribuzione del riso in Haiti, otto mila tonnellate nelle ultime due settimane fornite dal programma mondiale dell'alimentazione, sta assumendo dunque, nonostante le necessità della popolazione, le proporzioni di un grave problema sociale. Nella zona dell'Artibonite, dove da oltre due secoli i contadini haitiani coltivano il riso, un coltivatore si lamenta degli aiuti stranieri giunti nella capitale. "Ci colpiscono direttamente - dice in un video trasmesso dalla rete - ma la nostra produzione sarebbe capace di soddisfare i bisogni di Port au Prince".
I contadini locali da tempo lamentano difficoltà nella gestione del loro lavoro e il terremoto non ha fatto altro che aggravare la situazione. Gli strumenti con cui lavorano la terra sono ormai obsoleti. Per loro è impossibile accedere al credito, considerando che nel Paese non esiste un programma mirato. Le chiuse che controllano i canali d'acqua per l'irrigazione dei campi sono distrutte da anni. I prezzi dei fertilizzanti sono salati. A tutto questo si deve aggiungere che solo il 2 percento della solidarietà internazionale viene investito nel settore agricolo. Se poi consideriamo l'inondazione di riso arrivata su Haiti negli anni Ottanta dagli Stati Uniti, si può capire come la dipendenza alimentare dell'isola sia una certezza."Un tempo era diverso " raccontano i lavoratori della zona "anni fa eravamo noi a lavorare per il Paese". "Il riso importato e sovvenzionato dal governo Statunitense e da quello haitiano è il motivo principale che ci vieta di vendere il nostro prodotto sul mercato. Importano molto. Il riso costa meno del nostro. Noi abbiamo gravi difficolta a proporre il prodotto sul nostro mercato" dice triste una contadina sudata dopo una giornata passata nei campi a lavorare e a sognare un futuro migliore.
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Honduras, è strategia del terrore
Perquisizioni e detenzioni illegali, sparizioni e esecuzioni sommarie hanno caratterizzato le ultime settimane in Honduras.Le varie organizzazioni che operano nel settore della difesa dei diritti umani hanno classificato questi eventi come una vera e propria offensiva contro la strategia di rafforzamento organizzativo del Fronte nazionale di resistenza popolare, Fnrp, e del suo tentativo in atto di aprire un percorso che conduca alla formazione di una forza politica e sociale capace di trasformarsi in un'alternativa ai partiti tradizionali golpisti e di incamminarsi verso l'installazione di una Assemblea Nazionale Costituente. Dopo le discusse elezioni dello scorso 29 novembre e la vittoria del candidato del Partito Nazionale, Porfirio "Pepe" Lobo Sosa, in mezzo a una significativa astensione che ha toccato il 60 per cento, in Honduras si è scatenata un'ondata repressiva contro i membri attivi della Resistenza, intensificando quella che è stata una costante durante tutto il periodo di rottura costituzionale originata dal colpo di Stato del 28 giugno 2009.Il 14 dicembre è stato assassinato Walter Tróchez, difensore dei diritti umani della comunità LGBT. Gli hanno sparato da un'auto nel centro di Tegucigalpa dopo che alcuni giorni prima era stato sequestrato, brutalmente picchiato ed era riuscito a salvarsi lanciandosi dal veicolo condotto da uomini che l'avevano accusato di formare parte del Fronte nazionale contro il colpo di Stato. Il 6 dicembre, cinque giovani, tutti membri attivi della Resistenza, sono stati assassinati a sangue freddo nella Colonia Villanueva, nella parte orientale della capitale honduregna, mentre un giorno prima uomini armati avevano fatto irruzione negli uffici del giornale El Libertador, minacciando il personale che negli ultimi cinque mesi ha lavorato arduamente per denunciare il colpo di Stato e portandosi via computer e macchine fotografiche. L'8 dicembre sono stati liberati quattro dei cinque attivisti della Resistenza che erano stati sequestrati alcuni giorni prima. Il quinto, Santos Corrales García, è invece stato brutalmente assassinato ed il suo corpo decapitato è stato trovato a 50 km all'est della capitale."I giorni 4 e 5 dicembre, un gruppo di cinque persone con passamontagna e uniformi della Direzione Nazionale di Investigazione Criminale (DNIC), con fucili Galil e pistole 9 mm, armamento ufficiale della Polizia, hanno fermato il signor Santos Corrales García e quattro persone nella colonia Nueva Capital a Tegucigalpa - ha raccontato il direttore del Comitato per la difesa dei diritti umani in Honduras, Codeh, Andrés Pavón -. Gli hanno messo un cappuccio in testa in modo da non potere identificare il posto verso cui si dirigevano in macchina, molto probabilmente un luogo di detenzione illegale. Sono stati torturati affinché fornissero informazioni sui leader della Resistenza nella colonia in cui vivono, insistendo soprattutto per sapere il recapito della signora Ada Marina Castillo, anch'essa membro della Resistenza. Ci troviamo di fronte ad una vera e propria strategia del terrore - ha continuato Pavón - e ad un piano per fermare il processo organizzativo della Resistenza prima dell'installazione di Lobo alla Presidenza il prossimo 27 gennaio. È un piano che s'intensificherà nelle prossime settimane e stiamo già assistendo a una continua persecuzione della polizia e dell'esercito contro i giovani dei quartieri popolari della capitale, mentre i leader della Resistenza a livello nazionale continuano a non poter condurre una vita normale per paura di ciò che gli può capitare in qualsiasi momento".Per il direttore del Codeh l'ondata repressiva ha l'obiettivo di decapitare il movimento di resistenza, affinché il nuovo governo sorto da un processo elettorale irregolare ed illegittimo non debba scontrarsi con un movimento di resistenza organicamente attivo. "Il Codeh e la Piattaforma delle varie organizzazioni dei diritti umani stanno chiedendo l'intervento della Commissione interamericana dei diritti umani, Cidh, affinché implementi il meccanismo delle misure cautelari a beneficio delle persone la cui vita è costantemente in pericolo. Stiamo inoltre denunciando ciò che accade agli organi dei diritti umani della Onu ed al Pubblico ministero della Corte Penale Internazionale (CPI), affinché si inizi un processo contro i responsabili di questi crimini. Sappiamo - ha spiegato Pavón - che l'Accordo Tegucigalpa-San José prevede la creazione nei prossimi mesi di una Commissione della Verità. Tuttavia, crediamo che non ci siano le condizioni minime per installarla, dato che nel paese non esistono ancora le garanzie proprie di uno Stato di diritto e ancora meno esiste la fiducia nell'affidabilità degli organismi di giustizia. Non ci può essere una Commissione della Verità mentre le forze repressive torturano, sequestrano ed uccidono in totale impunità, all'interno di uno stato di completa barbarie".Organismi internazionali seguono da vicino il caso Honduras. Lo scorso mese di settembre, l'Associazione pro diritti umani della Spagna, Apdhe e la Federazione internazionale dei diritti umani, Fidh, hanno presentato una richiesta alla CPI affinché inizi un'indagine per determinare la responsabilità penale di chi ha commesso gravi violazioni ai diritti umani all'interno delle vicende occorse durante il colpo di Stato in Honduras, mentre l'Osservatorio internazionale sulla situazione dei diritti umani in Honduras, Oisdhhn, ha lanciato un appello urgente alla comunità internazionale affinché si mantenga vigile di fronte alle gravi violazioni ai diritti umani nel paese.Amnesty International ha invece chiesto di aprire un'indagine seria, approfondita ed indipendente che garantisca che tutti i responsabili degli abusi ai diritti umani siano portati di fronte alla giustizia. In un documento reso pubblico durante una conferenza stampa in Honduras, la delegazione di questa istanza internazionale ha chiesto di "revocare tutta la legislazione, decreti ed ordini esecutivi emessi dalle autorità di fatto che colpiscono direttamente o indirettamente i diritti umani, assicurare che le Forze Armate tornino nelle caserme e che cessi il loro sostegno alle operazioni della Polizia, e che tutti i membri delle forze di sicurezza rendano conto degli abusi ai diritti umani commessi tra il 28 giugno e la fine di novembre 2009", cita il documento. "È importante - ha concluso il direttore del Codeh - che continui e s'intensifichi la solidarietà con il popolo honduregno e anche l'osservazione su ciò che accade nel paese, soprattutto in questo momento in cui si sta incrementando la persecuzione di tipo selettivo".
www.peacereporter.net Scritto da Giorgio Trucchi
Terremoto in Cile: più di 300 morti. Rientra l'allarme tsunami per i paesi del Pacifico
Mentre il Pacific Tsunami Warning Center (Noaa) cancella l'allarme tsunami diramato ieri, che riguardava tutti i Paesi che si affacciano sul Pacifico, ad eccezione della costa nordamericana, il Cile conta le sue vittime. Nonostante questa notte la terra sia tremata ancora per la 99esima volta in 24 ore, con scosse del 5.1 della scala Richter, la presidente uscente Michelle Bachelet annuncia la conta ufficiale delle vittime, che ancora resta parziale: 214 morti, 15 dispersi e 2 milioni di persone che hanno riportato danni più o meno gravi alle abitazioni. A queste si aggiungono ospedali distrutti, infrastrutture viarie saltate, porti e aereoporti danneggiati più o meno seriamente.
Questi i dati diffusi ufficialmente dalla Moneda, mentre Fernando Coloma, sovrintendete di Maule, una delle regioni più colpite dal sisma, ha dichiarato alla Tv Chile che soltanto nella sua zona si contano 237 morti e più di 150 dispersi.
La cifra delle persone che hanno perso la vita, secondo la protezione civile cilena, dovrebbe dunque per ora oscillare intorno a 300, anche se resta tutto molto confuso. Si continua infatti a scavare fra le macerie di città come Concepcion, la città maggiormente colpita, perché vicinissima all'epicentro. Si tratta di una città costiera, la seconda di tutto il paese in ordine di grandezza. Conta 200.000 abitanti e sorge a circa 500 chilometri a sud di Santiago. Qui sono crollati diversi palazzi e alcuni incendi si sono scatenati devastandola.La terra ha tremato anche nella vicina Argentina, dove sono morte due persone.
Il previsto tsunami, prima di placarsi, ha colpito la costa centrale cilena, abbattendosi sul porto di Talcahuano, trascinando barche, pescherecci e container sulla terraferma. In precedenza aveva investito l'arcipelago cileno di Juan Fernandez, provocando almeno cinque morti e diversi dispersi sull'isola di Robinson Crusoe. Ha quindi viaggiato attraverso tutto il Pacifico. Mattinata di grande paura alle Hawaii, dove l'allarme è scattato all'alba e dove il governatore ha dichiarat????
?S¨?º?o lo stato emergenza, per poi, alla fine, registrare onde anomale molto deboli che hanno fatto revocare l'allerta. Nel sud del Pacifico, lo tsunami ha investito la Polinesia francese con onde alte circa due metri alle isole Marchesi, causando lievi danni. L'onda anomala ha raggiunto le coste del Giappone con un impatto molto debole: l'onda registrata nell'arcipelago di Ogasawara, oltre mille chilometri a sud di Tokyo in pieno Pacifico, ha toccato i 10 centimetri di altezza.
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Haiti, riaprono le scuole dopo il terremoto
del dodici gennaio
Dopo circa venti giorni dal devastante terremoto che ha colpito Haiti il dodici gennaio, oggi ad Haiti hanno riaperto molte scuole. Un segnale che esprime la voglia di ricominciare del Paese.
Il quotidiano statunitense "Miami Herald" ha sottolineato che ci vorranno ancora diversi mesi prima che lezioni possano riprendere anche a Port-au-Prince, capitale dello stato caraibico, dove il novanta percento degli edifici scolastici è stato fortemente danneggiato.
La ripresa scolastica è stata possibile, perché le regioni di Haiti meno danneggiate dal terremoto, hanno messo a disposizione aule e scuole per accogliere i bimbi fuggiti da Port-au-Prince.
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Usa, Bayer CropScience condannata a
pagare un milione e mezzo per semi Ogm pericolosi
Le medesime sementi sono comunque state esportate. Individuate in Europa, Italia
compresa Una corte Usa ha condannato venerdì la Bayer CropScience a pagare un
milione e mezzo di dollari agli agricoltori dell'Arkansas e del Mississippi
per aver venduto sementi di riso con OGM non autorizzati. Un caso analogo, con
risarcimento di 2 milioni di dollari, si era verificato nel Missouri a dicembre
mentre altri tre casi saranno sotto esame nella Louisiana e nel Texas. Ad aver
fatto causa alla Bayer per il riso Ogm non autorizzato sarebbero seimila risicoltori
statunitensi, eppure le medesime sementi sono state esportate in varie parti
del mondo. La sua presenza sarebbe stata individuata in mezza Europa, Italia
compresa, costringendo l'UE ad adottare rigorosi e costosi sistemi di controllo.
Inevitabilmente, sull'onda di queste notizie, il dibattito in corso in Italia
diventa ancora più caldo. "La decisione della Corte federale degli Stati Uniti
arriva proprio mentre - riferisce la Coldiretti - si sta tentando di autorizzare
in Italia la coltivazione di semi geneticamente modificati di granoturco (Mon
810) proibiti in Francia e Germania dove addirittura, dopo alcuni anni di coltivazione,
nell'aprile 2009 il mais MON 810 è stato vietato a seguito di nuove acquisizioni
sui suoi effetti negativi". www.peacereporter.net
NIGERIA.La giusta quota di violenza
Dietro la violenza religiosa si nasconde lo spettro di quella etnica, prevedibile esito di una politica basata su sistemi di quote.
A quasi una settimana dall'assalto a tre villaggi a maggioranza cristiana della Nigeria centrale, molti elementi sono più chiari, tranne - paradossalmente - il numero delle vittime. Attivisti per i diritti umani e leader religiosi parlano di 500 morti, cifra confermata dal commissario all'Informazione dello stato del Plateau, Gregory Yenlong. Secondo la polizia nigeriana i morti sarebbero 109 anche se solo il corrispondente dell'agenzia Reuters ne ha contati 300 .
La dinamica. Intanto l'elefantiaco e poco affidabile apparato di sicurezza locale si è messo in moto e ha presentato al presidente facente funzione, Goodluck Jonathan, i primi risultati: 200 persone arrestate, 49 delle quali in procinto di essere processate e condannate per aver preso parte all'ultima carneficina.
"Si tratta prevalentemente di musulmani di etnia Fulani", ha detto alla Bbc il portavoce della polizia Mohammed Lerama.
Emergono, nel frattempo, ulteriori dettagli relativi alla dinamica dei fatti. Secondo le testimonianze raccolte da Human Rights Watch, gli attacchi di domenica contro i villaggi di Dogo Nahawa, Ratsat e Zot sarebbero cominciati alle tre del mattino e sarebbero partiti in simultanea, segno che non si è trattato di un'azione improvvisata da una banda di ubriachi ma di una macelleria pianificata con metodo. Erano vestiti di nero, alcuni indossavano uniformi simili a quelle militari ed impugnavano mitra e machete. Sono arrivati a piedi, in silenzio, attraverso sentieri che dovevano conoscere bene. Si sono divisi in gruppi, in modo da chiudere le vie di fuga mentre intanto altri miliziani razziavano il villaggio, saccheggiando case, facendo strage di animali e uccidendo chiunque trovassero sulla loro strada.
"Solo a Dogo hanno ammazzato 130 bambini, 80 donne e 50 uomini", ha raccontato un superstite a Hrw.
Violenza etnica. Questi numeri fanno riflettere e svelano la vera natura dell'ennesimo massacro consumatosi in un Paese in preda a pericolose convulsioni.
I massacratori cercavano donne e bambini, ovvero la promessa del futuro per ciascun popolo, chiaro sintomo di una violenza che è barbara ma ha anche un progetto ben preciso: pulire etnicamente un territorio.
Non si tratta di una guerra religiosa, si è affrettato a dichiarare l'ex presidente nigeriano Olesegun Obasanjo. Ed è vero, ma questa non è necessariamente una buona notizia.
Alla base sembra esserci la lotta per l'accesso alla risorse che, come accade quasi sempre in un paese povero, vengono soprattutto dalla burocrazia politica e dalla pubblica amministrazione. E il sistema nigeriano, pur cercando di assicurare una convivenza pacifica al suo complesso quadro di etnie e tribù, si è fratturato lungo linee claniche ed etniche. Si è scelto di garantire che non ci fosse una prevalenza di un'etnia su un'altra o una eccessiva concentrazione di persone provenienti dallo stesso stato ai vertici del Paese. Dal 1979, infatti, si è affermato un sistema di quote, stabilito dalla Costituzione, il cui scopo iniziale era quello di bilanciare lo strapotere delle elites del sud, che avevano ricevuto un'educazione d'impronta britannica, e quelle del nord, arretrate, spesso formatesi in scuole coraniche. A livello locale, però, non si è mai vigilato sull'applicazione di questo principio. Danni ulteriori sono stati prodotti dalla decisione di distinguere, in ciascun distretto dello stato, tra la popolazione indigena e quella arrivata successivamente, garantendo alle tribù riconosciute come autoctone l'accesso ai posti di governo locale, agli organi di sicurezza, ai posti da docente ecc...
Domenica scorsa non sono stati massacrati nigeriani cristiani ma nigeriani Berom, l'etnia riconosciuta come indigena a Jos e maggioranza nello stato del Plateau, ad opera di nigeriani Hausa e Fulani che, incidentalmente, sono anche musulmani.
Le radici economiche della violenza. Non è un caso che la violenza in Nigeria tenda ad intensificarsi nei periodi di maggiore crisi economica e a scavare trincee lungo linee etniche, partendo sempre da questioni locali di poca rilevanza. Ricostruendo la storia dei massacri più recenti, questo dato emerge chiaramente.
E' lo stato del Plateau, sulla frontiera tra ilnord musulmano dove le tensioni si condensano e producono i risultati peggiori. Qui negli ultimi anni la violenza ha causato quasi 14 mila morti e oltre 300 mila sfollati.
Nel 2001, a Jos, la capitale, bastò che una donna cristiana venisse infastidita da un gruppo di fedeli musulmani per accendere la scintilla. Ma il terreno per lo scontro era stato preparato dalla rimozione di un musulmano Hausa dal consiglio locale per la lotta alla povertà. Il bilancio degli incidenti che seguirono fu di 700 morti.
Nel 2002 e 2003, a Wase, si registrarono tensioni tra i Tarok da una parte e i Fulani e gli Hausa dall'altra, essendo i primi proprietari terrieri prima ancora che cristiani e i secondi tribù seminomadi che vivono di pastorizia. Il bilancio fu di 72 villaggi distrutti e decine di morti. Il confronto tra Tarok e Hausa continuò nel 2004, a causa dei risultati delle elezioni locali.
A Yelwa, nello stesso anno, fu un furto di bestiame ad innescare la violenza etnica che fece 700 morti.
Basta davvero pochissimo perché la violenza esploda, quasi un nulla.
Nel 2006, nel villaggio di Namu, nel distretto di Quaan Pan, entrarono in conflitto i Gomai, riconosciuti come popolazione autoctona e i Pan, divenuti maggioranza. In quel territorio, lo stato avrebbe presto creato un'area di sviluppo, ma chi ne poteva rivendicare la proprietà?
Quando un abitante di etnia Gomai fu sorpreso mentre prendeva sabbia da un fiumiciattolo che i Pan ritenevano essere loro, fu il finimondo. Nei tre giorni che seguirono, cento persone persero la vita, ottomila abbandonarono le loro case mentre 200 miliziani Pan furono arrestati.
Altre 700 vittime si contarono al termine di due giorni di follia, nel novembre 2008, a causa di una contesa elettorale.
Di massacro in massacro, si arriva al penultimo atto, quando il 17 gennaio di quest'anno, 150 Fulani (musulmani) sono stati trucidati da bande Berom (cristiane), al termine di un'ondata di violenza che ha lasciato sul terreno 300 morti.
Ogni eccidio ne richiama un altro. Non sorprende, allora, che domenica scorsa alcuni abitanti di Dogo Nahawa abbiano riconosciuto, tra i macellai, uomini che fino a pochi anni prima avevano abitato in quello stesso villaggio. Hanno vissuto insieme e in pace, fino a quando il massacro del 2001, o quello del 2004 o del 2008, li ha costretti a fuggire. Adesso sono tornati per pareggiare i conti. Ieri vittime, oggi canefici. Questa trama scontata riassume la miseria e il terrore che affliggono la Nigeria centrale.
Una violenza che incrina l'architettura statale, costringe al sospetto e mette sulla difensiva le diverse etnie, produce distruzione, paraliza il potere centrale, la cui capacità decisionale decisionale è imbrigliata in un complesso meccanismo tutto giocato su equilibri etnici e tribali, e si ramifica producendo danni collaterali. La violenza scoppiata a gennaio nello stato del Plateau, ad esempio, ha costretto la Croce Rossa nigeriana a rimandare la campagna di vaccinazione contro la polio: a gennaio, infatti, 20 mila persone risultavano disperse (il numero adesso è cresciuto esponenzialmente). Nella sola Jos, l'obiettivo era di vaccinare 250 mila bambini, dal momento che la Nigeria è l'epicentro di un nuovo focolaio dell'epidemia nell'Africa occidentale, dove sono a rischio 85 milioni di bambini sotto i cinque anni.Testo di Alberto Tundo
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Ruanda, Sarkozy ammette errori della comunità internazionale
Nicolas Sarkozy ha compiuto la prima visita ufficiale della Francia in Ruanda da quando è avvenuto il genocidio del 1994. Il presidente si è recato presso il memoriale per le vittime della carneficina, durante cui gli estremisti Hutu hanno ucciso circa 800 mila persone, di etnia Tutsi e Hutu moderati.
Sarkozy, durante la conferenza stampa con il Presidente ruandese Paul Kagame, ha dichiarato: "Quanto accaduto qui è inaccettabile, ma costringe la comunità internazionale, inclusa la Francia, a riflettere sugli errori commessi al fine di prevenire e fermare questo abominevole delitto". Alla domanda di una giornalista d'Oltralpe, se la Francia avrebbe offerto le sue scuse, come altre nazioni occidentali, ha riconosciuto "gravi errori di giudizio", senza tuttavia offrire le scuse al popolo ruandese. Il paese africano ha più volte accusato la Francia di aver addestrato e armato gli estremisti Hutu, fatto mai ammesso da Parigi. I rapporti tra i due paesi erano deteriorati a tal punto che la lingua ufficiale ruandese nei rapporti internazionali è diventata l'inglese, in sostituzione del francese.
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